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James Parkinson non fu il primo a descrivere la malattia

 

Nel 600 avanti Cristo il medico ayurvedico indiano Charaka Samhita descrisse la malattia che chiamò «Kampavata», dall’indiano «kampa» che significa tremore. Charaka ne anticipò anche il trattamento di oltre duemila anni, utilizzando, senza rendersene conto, la levodopa.

Prima di James Parkinson

Il primo a indicare quello che si sta ora dimostrando un segno non motorio precoce del Parkinson (la compromissione dell’olfatto) non fu il medico inglese James Parkinson, del quale la malattia porta il nome, ma quasi duemila anni prima Qoèlet.

Qoèle – detto l’Ecclesiaste, il Predicatore – nella Bibbia descrive il tremore, l’incurvamento, la difficoltà nella percezione dei toni del canto, il ridotto equilibrio e la perdita della capacità di percepire il gusto del cappero che si apprezza appieno solo se si conserva un odorato integro che ce ne fa percepire la fragranza.

Ma a precedere James Parkinson non fu solo Qoèlet. Nel 600 avanti Cristo anche il medico ayurvedico indiano Charaka Samhita descrisse la malattia che chiamò «Kampavata», dall’indiano «kampa» che significa tremore.

E Charaka ne anticipò il trattamento di oltre duemila anni utilizzando, senza rendersene conto, la levodopa. Egli somministrava un trattamento con i semi di una pianta contenente livelli terapeutici di quella che oggi è conosciuta come levodopa. Solo nel 1969 la levodopa (l-dopa) avrebbe cambiato la storia dei disturbi del movimento. Fu quando Melvin Yahr, della Mount Sinai School of Medicine di New York, la estrasse dalle fave come succedaneo del neurotrasmettitore dopamina, che viene a mancare nei malati per l’alterazione dei neuroni che la producono.

La “Paralisi agitante”

James Parkinson (1755-1824), due secoli fa, nel 1817, scrisse il libro “Shaking Palsy” (paralisi agitante) dove per primo descrisse la malattia che poi prese il suo nome. La prima descrizione scientifica fu “Un movimento tremulo involontario con diminuita potenza muscolare, nelle parti non in azione e anche quando sostenute, con una propensione a piegare il tronco in avanti e a passare dalla marcia al passo di corsa, essendo i sensi e l’intelletto integri”.

I sintomi, secondo Parkinson, erano il tremore forzato e una deambulazione che inizia in modo rigido e difficile e tende ad accelerare progressivamente. L’esordio è subdolo, il decorso lento e in rapido aggravamento, fino a raggiungere un esito infausto di grave invalidità motoria.

Parkinson però non disponeva di alcuna cura efficace. Tuttavia, scriveva: “Prima i rimedi saranno forniti, maggiore sarà la probabilità di successo. Al contrario, appare esserci ragione sufficiente per sperare che qualche processo correttivo possa un giorno essere scoperto. Per cui, almeno l’andamento della malattia possa essere bloccato”.

James Parkinson descrive anche come deve essere il medico, nel libro “Hospital Pupil”. «Una preoccupazione empatica e un tenero interesse per la sofferenza degli altri, dovrebbero caratterizzare chiunque si impegni in una professione il cui obiettivo dovrebbe essere di mitigare o rimuovere una grande porzione delle calamità cui l’umanità è soggetta».

Le tappe della Scienza moderna

Il termine “neurologo” non esisteva all’epoca di Parkinson. La neurologia, come è intesa oggi, nacque nella seconda metà del 19° secolo, per opera di Charcot a Parigi, alla Salpétrière (“Lecons sul le maladies du système nerveux”).

Charcot scoprì un altro segno essenziale, la rigidità muscolare. Comprese che si trattava di rallentamento motorio (acinesia) e non di paralisi, che la presenza del tremore non era essenziale per la diagnosi. La differenziò dalla sclerosi a placche perché non trovò lesioni anatomo-patologiche, per cui, era ancora considerata nevrosi. Coniò il termine “morbo di Parkinson” e introdusse la prima terapia efficace: l’impiego di estratti alcaloidi atropinici.

Lo studio e la classificazione delle malattie, a fine ‘700, all’epoca di Parkinson, era ancora basata sui sintomi (es. tremore, febbre). Nasceva, all’inizio del 19° secolo, il metodo anatomo-clinico che cercava di correlare esame medico e riscontro autoptico, come descrisse Foucault nel famoso libro “Nascita della clinica”.

I correlati neuropatologici sono riconosciuti per primo da Lewy, nel 1913, chiamati corpi di Lewy. Mentre Tretiakoff descrive la degenerazione della substantia nigra del mesencefalo, nel 1919.

Constantin Von Economo, un secolo fa, riconobbe una forma secondaria all’encefalite letargica pandemica che colpì il mondo, al termine della Grande Guerra. L’introduzione dei farmaci antipsicotici (reserpina, clorpromazina ) indusse numerosi casi di parkinsonismo, 60 anni fa.

La scoperta della Levodopa

Nel 1960 Hornykiewicz scoprì la carenza neurochimica del neuro-trasmettitore dopamina, nei malati di Parkinson.

Il  ruolo essenziale della dopamina come neurotrasmettitore nella substantia nigra, fu scoperto dal premio Nobel Carlsson.

La rivoluzione terapeutica avvenne 50 anni fa – nel 1967 – con l’impiego del farmaco precursore l-DOPA ad alte dosi (introdotta da Cotzias, premio Lasker per la medicina) come sostituzione della dopamina carente.

James Parkinson: un medico dalle multiformi attività

Nato nel sobborgo londinese di Hoxton Square, nel 1755, aveva seguito le orme del padre chirurgo: laureatosi al London Hospital Medical College nel 1785, due anni dopo era già “Fellow of the Medical Society of London”. Per quanto scrupoloso nella professione medica, per la società inglese dickensiana era anche un anticonformista ribelle.

James Parkinson fu anche psichiatra. In “Madhouses. Observations on the Act regulating madhouses” propose, per primo, la doppia certificazione di due medici per trattamento sanitario obbligatorio. Come pediatra, descrisse il primo caso di appendicite perforata, complicata da peritonite letale. Come educatore medico, scrisse il libro “Hospital Pupil”.

Fu anche divulgatore medico, pubblicando opuscoli semplici e chiari, come “The Way to Health”. Indirizzò i suoi scritti soprattutto alle famiglie, cui forniva consigli su come evitare le malattie e i comportamenti a rischio. Dimostrò così un’attenzione da psichiatra, più che da neurologo, per lo stile di vita degli asili di accoglienza dei senzatetto e dei manicomi d’allora.

La sua pratica fu molto ampia e redditizia a Hoxton Square, Shoreditch, Londra, dove curava anche per i poveri della parrocchia.
Ricevette la medaglia d’oro della Royal Human Society per aver aiutato a salvare la vita di un mancato suicida. Fu il primo a ricevere la medaglia d’oro del  Royal College of Surgeons, premio concesso solo 15 volte.

Non solo medico

Scrisse parecchi libri e fu anche riformatore politico, scrivendo un pamphlet con lo pseudonimo “Old Hubert”, sostenendo già allora, il suffragio universale. Nell’epoca tormentata della Rivoluzione Francese, preferiva le riforme: «Revolution without bloodshet or Reformation preferable to revolt» (rivoluzione senza spargimento di sangue).

Fu perfino indagato e poi assolto per terrorismo, per un presunto tentativo di attentato contro il re Giorgio III. Grande appassionato di geologia e paleontologia, descrisse specie fossili che da lui presero nome.

L’eredità di James Parkinson

Cosa lascia in eredità ai neurologi di oggi quel medico geniale? «L’idea di prevenzione che animava il suo approccio clinico — risponde il prof. Alfredo Berardelli (Limpe-Dismov) — è ancora viva e forte nella ricerca scientifica dei nostri giorni. Basti pensare ai cosiddetti biomarker del Parkinson, come la proteina α–sinucleina alterata nel plasma. O ai segnali precoci come il deficit olfattivi, i disturbi del sonno e dell’apparato gastro-enterico e la miniaturizzazione della scrittura, la cosiddetta micrografia. Osservando queste prime alterazioni oggi è possibile prevedere il rischio di malattia a volte anche molti anni prima del suo esordio clinico, correndo ai ripari quantomeno per ritardarla».

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